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Section Patrimonio storico artistico/Beni architettonici/Torri
di Raffaella Di Meglio

L’inconfondibile sagoma del Torrione che si staglia sull’abitato del lungomare è diventata un simbolo di Forio, un’immagine che identifica il suo territorio. Oggi il monumento colpisce soprattutto per il suo suggestivo effetto estetico, ma è anche testimonianza di un passato difficile e bellicoso, di una tormentata e prolungata vicenda di assalti corsari, di lotte e sofferenze.

Gli assalti corsari

Il territorio foriano, privo di difese naturali, è sempre stato particolarmente esposto agli assalti che interessarono le coste dell’intera isola fin dal IX sec., quando Ischia fu vittima delle mire espansionistiche dei Saraceni. Tristemente celebre fu l’incursione dei Mauri dell’812, a seguito della quale il papa Leone III inviò una lettera all’imperatore Carlo Magno per raccomandargli le sorti degli abitanti dell’isola.[1]

Nel corso del XVI sec. iniziò una nuova fase della pirateria, il periodo “turchesco”[2]: gli attacchi avvenivano a scopo di rapina, i corsari, esperti navigatori, a capo di ciurme di ribelli, erano ancora più avidi, audaci e senza scrupoli. Uno dei più famosi e temuti fu Kair-ed-Din, detto Barbarossa. Per contrastare le sue mire espansionistiche nell’area mediterranea, Carlo V organizzò una spedizione guidata da Andrea Doria e dal marchese del Vasto Alfonso d’Avalos, appartenente alla famiglia cui era affidato il governo dell’isola d’Ischia. La sconfitta subita da parte delle truppe imperiali aggiunse all’avidità di Barbarossa un acre desiderio di vendetta.

Quando nel 1535 Francesco I di Francia strinse alleanza con Solimano il Magnifico contro la Spagna, e per la prima volta nella storia si unirono in guerra nazioni di fede cristiana e di fede musulmana, anche Barbarossa vi aderì. Da allora la pirateria si intrecciò alla guerra tra Francia e Spagna e gli assalti alle coste del Regno di Napoli divennero particolarmente violenti e imponenti, organizzati e finalizzati, perdendo il carattere episodico e avventuroso che li aveva caratterizzati fino ad allora.

Barbarossa, in qualità di ammiraglio della flotta ottomana, funestò le coste italiane con saccheggi, incendi, rapimenti. Spinto anche dall’odio personale e dal desiderio di rivalsa contro Alfonso d’Avalos, il 22 giugno 1544 organizzò un memorabile attacco a Ischia, programmato in modo da essere infallibile e fatale: si avvicinò di notte con la sua flotta alle coste e sbarcò in diversi punti per assalire contemporaneamente Forio, Panza, i casali di Serrara, Fontana, Moropano (Buonopane), Barano, Testaccio. L’azione, fulminea e brutale, non lasciò scampo agli isolani, sorpresi nel sonno. I pirati seminarono terrore, morte e distruzione: migliaia di uomini furono fatti prigionieri e resi schiavi, i giovani di entrambi i sessi furono rapiti per essere venduti negli harem, i vecchi e i bambini uccisi, mentre le campagne furono devastate con incendi e saccheggi.[3]

L’eredità di Barbarossa fu raccolta da Dragut, che assalì l’isola nel 1548 e nel 1553. Le scorrerie continuarono nei secoli successivi, attenuandosi solo nel XVIII sec., in seguito ai trattati di pace stabiliti tra il re spagnolo e i capi dei corsari di Tripoli, di Tunisi e di Algeri.[4] La minaccia della pirateria cessò definitivamente soltanto nell’Ottocento.

Gli sbarchi avvenivano per lo più nelle ore notturne: la notte favoriva la rapidità dell’assalto e l’effetto sorpresa, le galee erano a remi o a vela, per cui si avvicinavano silenziose alle coste. Gli assalti avevano una periodicità, una frequenza stagionale, ripetendosi nel giugno o luglio di ciascun anno, quando le condizioni meteomarine erano più favorevoli. Nell’immaginario popolare diventarono quasi un evento naturale, ciclico, tanto da entrare in un famoso proverbio: «A Santa Restituta le quaglie son fernute/Le fave son rennute/Li turchi son partuti» (il 16 maggio, giorno della santa patrona dell’isola S. Restituta, le quaglie sono finite, le fave avvizzite e i Corsari già sono partiti per assalire l’isola).[5]

La costruzione delle torri nel Regno di Napoli e a Forio

La gravità e l’urgenza del pericolo costrinsero il casale di Forio, particolarmente indifeso ed insicuro, ad ampliare, rafforzare e riorganizzare l’apparato difensivo già esistente, distribuendo e coordinando sul suo ampio territorio torri di avvistamento, di difesa e di rifugio, ricoveri di montagna scavati nel tufo, massi e punti di avvistamento, sistemi di segnalazione e di allarme[6].

Già nel 1532 e nel 1533 il viceré Pietro di Toledo aveva rivolto due ordinanze alle Università costiere del Regno per la costruzione di torri a loro spese, ma fu il duca di Alcalà de Ribera ad organizzare e coordinare il sistema di difesa, istituendo una Commissione generale per la fabbrica delle torri, costituita da ingegneri, costruttori e capomastri.[7] Il sovrano spagnolo, per limitare ulteriori aggravi del pubblico erario, richiese la partecipazione volontaria dei sudditi e prestazioni gratuite per la costruzione di queste difese marittime.     Le spese gravavano dunque sulle Università, che a loro volta erano costrette ad imporre tributi e tasse; questo provocò controversie tra Università confinanti, ricorsi, richieste di esenzioni fiscali, come attestano i documenti della Camera Sommaria.[8]

Un’interessante testimonianza sul sistema difensivo foriano si ricava da un documento del 1574, la relazione redatta da Antonio Stinca a conclusione di un’indagine condotta proprio dalla Real Camera Sommaria, nella quale si legge che «[…] lo casal de Forio de grande habitatione ma loco aperto, nel quale se vedeno molte case et magazeni distrutti et abrusciati da Turchi […] in lo supradetto casale de Foria se vedeno edificate sette Torre de particolari cittadini ben munite d’arme, nele quale se ponno salvare la gente de detto casale, quando e correria de Turchi, et principalmente un grosso Torrione edificato ad spese dela Università del proprio Casale de Foria che per detta opera hanno preso ad interesse da settecento ducati, quale teneno ben munito de alcuni pezzetti de artiglieria di ferro un pezzo de brunzo et altre arme per sua defensione […]»[9]

Nel caso di Forio, dunque, ad eccezione del Torrione, edificata già nel 1480 dall’Università, e della Mezzatorre, l’unica torre regia[10], le altre furono per lo più erette a spese di privati cittadini, sebbene D’Ascia scriva che la maggior parte fosse costruita con il ricavato delle gabelle della dogana istituita da Alfonso I.[11] Furono pertanto gli abitanti del posto i veri protagonisti della resistenza ai pirati.

L’Università di Forio si trovava nelle stesse difficoltà economiche delle altre Università costiere del Regno nella gestione della difesa: già indebitatasi per 700 ducati per la costruzione della prima torre, come si evince dalla sopracitata relazione del 1574, faceva fronte alle ingenti spese necessarie per il personale e per la manutenzione ricorrendo ai proventi delle gabelle imposte su diversi prodotti alimentari: da un verbale del 1592 si ricava che venivano destinati 48 ducati per il bombardiere del Torrione, 30 ducati per la polvere da sparo e 72 ducati per le guardie notturne.[12]

Il perdurare della minaccia dei pirati anche dopo la morte di Barbarossa e di Dragut rese però inevitabile l’edificazione di altre torri sull’ampio territorio foriano, che fu finanziata e realizzata dagli stessi cittadini: se nel 1574 erano sette, nel 1588 erano aumentate di cinque, raggiungendo il numero maggiore dell’intera isola. Lo si ricava da un’altra fonte, il De’ rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa hoggi detta Ischia, una guida alle acque termali isolane pubblicata nel 1588 dal medico calabrese Giulio Iasolino, in cui il Casale di Forio è descritto «ben munito con dodici torri, con artiglierie e con molta gente di valore […]».[13] Il medico in più occasioni esalta il coraggio dei foriani, tanto avvezzi alla minaccia della pirateria da non temerla affatto: «uomini bellicosi e di tanto valore, che non temono punto i pericolosi e repentini assalti dei corsari».[14]

Come in tutto il Mezzogiorno, dunque, anche a Forio il ritmo di costruzione delle torri conobbe un’accelerazione nella seconda metà del XVI sec., in particolare tra il 1568 ed il 1570, in coincidenza con l’inasprirsi degli attacchi a causa della guerra ingaggiata da Filippo II contro i Turchi.[15]

Lo studioso Don Pietro Monti riferisce che la loro costruzione riprese agli inizi del Settecento (quando il pericolo non era ancora cessato), ancora una volta per iniziativa di privati cittadini che ne fecero edificare altre quattro a pianta quadrata. Escluse quelle di Panza, si arrivò così a sedici torri e Forio si meritò l’appellativo di “Turrita”.[16]

Dal Catalogo delle torri è possibile accedere alle schede di tredici torri ancora esistenti, dodici situate a Forio, una nella frazione di Panza. La denominazione attuale deriva nella maggior parte dei casi dal nome della strada o della localit� in cui si trova la costruzione o da quello del proprietario. Essendo state quasi tutte adibite ad abitazioni private una volta cessato il pericolo delle incursioni, in alcuni casi hanno subito notevoli trasformazioni che ne hanno stravolto l’aspetto originario. Il Torrione, di proprietà del Comune, è stato invece adibito a Museo Civico, mentre la Mezzatorre è stata trasformata in struttura ricettiva.

Tipologia e funzione delle torri

I fortilizi si distinguevano in due tipologie: a pianta circolare e a pianta quadrata. Le torri cilindriche (Torrione, Costantina, Torone, Vico Schiano, Cigliano), le più antiche, vennero erette in zone isolate ed elevate, in modo da poter scrutare il mare e respingere con le artiglierie i tentativi di sbarco e di penetrazione nell’abitato. La forma cilindrica del Torrione, ad esempio, consentiva una visuale completa ed era la più adatta per l'angolazione dei cannoni.

Come in tutte le altre torri di difesa munite di artiglierie esistenti nel regno, anche il comando del Torrione era affidato ad un torriere, detto anche caporale o castellano, nominato annualmente dal sindaco in carica, che aveva il compito di dare l'allarme in caso di avvistamento di navi nemiche e di comandare la guarnigione. Nel XVII sec. i torrieri erano scelti tra i caporali dell’esercito spagnolo in grado di leggere e scrivere ed erano muniti di una patente conseguita in seguito ad un apposito esame. Oltre ai torrieri, il personale delle torri di difesa includeva i guardiani, addetti all’accensione dei falò o al suono delle campane per dare l’allarme, e i compagni, uno o più soldati addetti alle artiglierie; a questi in alcuni casi si aggiungevano i cavallari e i rematori per la feluca di guardia.[17]

I pezzi di artiglieria consistevano generalmente in una colubrina, due petriere (catapulte per il lancio di pietre) e altri pezzi minuti, quali colubrinelle.[18] Secondo la testimonianza di D’Ascia il Torrione era dotato anche di quattro cannoni di bronzo.[19]

Le torri quadrate (Casa Patalano, Milone, Mezzatorre, Quattrocchi, Nacera, Baiola, Torre di Panza, Torre di via Morgera), la tipologia più diffusa anche sul resto dell’isola[20], avevano un’altezza di circa 15-20 metri e furono generalmente costruite nei nuclei abitati, principalmente per offrire rifugio agli abitanti. Da esse era possibile anche difendersi dagli assalitori, facendo ricorso, in mancanza di armi, al lancio di pietre, acqua bollente, suppellettili.

Tutte le torri erano realizzate in muratura di pietrame di tufo e si sviluppavano generalmente su due o tre piani con coperture a volta, collegati da scale interne; le torri cilindriche, costruite spesso su spuntoni di roccia, erano dotate anche di una gradinata di accesso esterna. Nelle torri di difesa dotate di artiglieria, come il Torrione, il piano inferiore era adibito a magazzino per i viveri e a deposito per le armi ed era dotato anche di una cisterna; il primo piano serviva di alloggio alla guarnigione; sulla copertura a terrazzo erano collocati i pezzi di artiglieria e l’occorrente per dare l’allarme, consistente in fuochi, se l’avvistamento avveniva di notte (il caso più frequente), e in colonne di fumo se avveniva durante il giorno.

Tale metodo di segnalazione, antico quanto rapido e sicuro, quasi un sistema telegrafico ante litteram, consentiva di mettere in comunicazione l’intero apparato difensivo esistente sul territorio: era infatti utilizzato anche sulla sommità delle case di pietra e sul Monte della Guardia situato sulla cima del Monte Epomeo, che, essendo la vetta più elevata dell’isola (787 metri), era ideale sia come punto di osservazione che di segnalazione. Fin dal 1464, come riferisce D’Ascia, sul monte esisteva la bastia, un vecchio bastione costruito molto tempo prima per offrire rifugio agli isolani durante gli improvvisi assalti dei Mori.[21] Dall’Epomeo i segnali erano visibili non soltanto da ogni parte dell’isola ma anche da Napoli, Procida e da altre località della costiera. Dato l’allarme, gli abitanti dell’isola, lasciate le attività o le loro case indifese, raggiungevano i rifugi sparsi sul territorio: quelli di Ischia si riparavano nella fortezza del castello, quelli vicini all’Epomeo nei nascondigli scavati nella roccia, gli abitanti di Forio, di Panza e di Testaccio nelle torri[22].

Successivamente si ricorse al suono delle campane delle chiese, metodo che risultò meno efficace in quanto udibile entro un’area più ridotta.

Le difficoltà incontrate dalle Università nella gestione delle torri di tutto il Regno fu tra le cause della parziale inefficienza di queste strutture difensive: il personale impiegato spesso non riceveva la paga e la miseria induceva alla diserzione o al contrabbando.

Inoltre gran parte delle torri del Regno risultava in occasione delle ispezioni già fatiscente dopo un secolo, sia per l’uso di materiali e di tecniche costruttive scadenti, sia per i danni riportati in seguito a terremoti e ad attacchi dei Turchi. Anche le torri foriane, insieme a quelle dislocate sul resto dell’isola e alle altre strutture difensive, su richiesta di Filippo II, furono oggetto di un’indagine affidata all’ingegner Benvenuto Tortelli: inviato sull’isola, Tortelli nella sua relazione rilevò la necessità di restaurare parte delle mura e il Torrione e di costruire terrapieni.[23]

Ubicazione delle torri foriane

La prima torre ad essere costruita in ordine di tempo fu proprio il Torrione, che, come suggerisce il nome stesso, è anche quella di maggiori dimensioni. Fu edificata in prossimità della spiaggia, in modo da dominare dall'alto il mare. Altre undici torri vennero innalzate nel corso del XVI sec. in punti strategici, sia esterni, nelle vicinanze del mare o in posizioni elevate (la torre di Baiola), con funzione di avvistamento e di difesa, sia interni (la torre di Nacera), dove servirono ai contadini come rifugio e come magazzini.

Molte, probabilmente le più antiche (Costantina, Casa Patalano, Torone, Milone), sorsero in località S. Vito, nell’area collinare della chiesa di San Vito, intorno alla quale nel XIV secolo si sviluppò il primo nucleo abitato, formato da contadini sparsi nelle campagne circostanti.

Quando, verso la metà del XIV sec., il villaggio di Forio cominciò ad espandersi verso il mare intorno ad un nuovo polo sacro, la chiesa di S. Maria di Loreto, proprio di fronte alla chiesa, nella seconda metà del XVI sec., fu eretta un’altra torre, la cosiddetta Torre Quattrocchi, per offrire riparo alla popolazione del borgo marinaro in caso di scorrerie.

Alcune (Torre via Morgera, Torre di vico Schiano) furono erette in località Cierco che, con i suoi vicoli stretti e tortuosi, era particolarmente adatta all’edificazione di strutture di difesa. Anzi, si può affermare che la lunga storia di assalti e incursioni abbia condizionato fin dal Medioevo il tessuto viario foriano, caratterizzato ancora oggi (vie S. Antonio Abate, Casa di Maio, S. Giovanni e via Vecchia) da stradine contorte e anguste.[24]La denominazione locale di “vicoli saraceni” avvalora questa ipotesi.

Le torri erano disposte in modo tale da essere in contatto visivo, così che un eventuale segnale di pericolo poteva essere rapidamente trasmesso da una torre all'altra e quindi diffuso in tutto il paese.

Anche nella frazione di Panza, pur essendo maggiormente isolata, furono edificate almeno cinque torri, tre all’interno del paese e altre due in periferia. Una, ancora esistente, sorse di fronte alla chiesa di S. Leonardo per offrire rifugio agli abitanti del centro. Delle altre due torri, quella detta "di Zi Palmuntè" nei pressi di Casa Polito e quella a pianta quadrata in località Casa Migliaccio, restano solo dei ruderi. Le due torri alla periferia del villaggio furono edificate l’una in località Casa Battaglia, l’altra lungo la strada per Succhivo.

Le torri vennero così a caratterizzare il territorio foriano, tanto da essere riprodotte nella pianta dell'isola d'Ischia realizzata da Mario Cartaro nel 1586, acclusa al testo di G. Iasolino De' rimedi naturali che sono nell'isola di Pithecusa hoggi detta Ischia (1588). La carta fu riprodotta negli atlanti italiani ed europei tra la fine del XVI sec. e il XVII sec.: nel 1590 il fiammingo Abramo Ortelio la inserì nell'edizione del Theatrum Orbis Terrarum e dal suo disegno deriva l'incisione che Giovanni Antonio Magini nel 1620 riprodusse per la prima volta in un atlante italiano. [25]


Bibliografia : Algranati Gina, Lineamenti di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari, Napoli, L’Arte Tipografica, 1954; Algranati Gina, “Alcuni caratteri della vita lungo le coste del Mezzogiorno nel periodo viceregnale”, in AA.VV., Studi in onore di Riccardo Filangieri, vol. II, Napoli, l’Arte Tipografica, 1959, pp. 417-431; Algranati Gina, “Ischia e Lipari due isole accomunate nella storia”, in Centro di Ricerche su l’isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1944-1970, a cura dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia, Napoli, 1971, pp. 360– 361; Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli 1521-1806, Roma, Istituto italiano dei castelli,1977, pp. 89-102; D’Ascia Giuseppe, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], pp. 188, 360, 397-398; Delizia Ilia, Ischia. L’Identità negata, Napoli, ESI, 1987, pp. 128, 165 nota 25, 141-142; Iasolino Giulio, De’ Rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa Hoggi detta Ischia, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000; Monti Pietro, Ischia. Archeologia e storia, Napoli, 1980, pp. 620-627; Sardella Filomena, Architetture d’Ischia, Bologna, Analisi Trend, 1985.


[1] G. D’Ascia, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], p. 120, p. 253 nota 93; I. Delizia, Ischia.L’Identità negata, Napoli, ESI, 1987, p. 101, p. 113 n. 1.

[2] La distinzione tra due tempi della storia degli assalti corsari e la denominazione “periodo turchesco” compare in G. Algranati, Lineamenti di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari, Napoli, L’Arte Tipografica, 1954, p. 6.

[3] Su Barbarossa e l’assalto a Ischia del 1544 cfr. G. D’Ascia, op. cit., pp. 180-185.

[4] G. D’Ascia, op. cit., p. 204.

[5] G. D’Ascia, op. cit., p. 193, p. 268 nota 245; cfr. G. Algranati, Lineamenti di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari, op. cit., p. 8, dove è riportata una variante del proverbio; un’altra versione compare in P. Monti, Ischia. Archeologia e storia, Napoli, 1980, p. 630.

[6] Cfr. N. D’Arbitrio, L. Ziviello, Ischia. L’architettura rupestre delle case di pietra, Napoli, ESI, 1991, pp. 64-67.

[7] G. Algranati, “Alcuni caratteri della vita lungo le coste del Mezzogiorno nel periodo viceregnale”, in AA.VV., Studi in onore di Riccardo Filangieri, vol. II, Napoli, l’Arte Tipografica, 1959, p. 423.

[8] R. Cisternino, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli 1521-1806, Roma, Istituto italiano dei castelli,1977, p. 101.

[9] I. Delizia, op. cit., p. 150.

[10] Lo testimonia un documento conservato nell’Archivio di Stato, una lettera del 13 febbraio 1741, in cui tra le torri da riparare in Terra di Lavoro, è citata quella della Cornacchia, presso Punta Caruso, costruita almeno un secolo prima. Le altre due torri regie erano a Sant’Angelo e a Monte Vico, a Lacco Ameno. Cfr. G. Algranati, “Ischia e Lipari due isole accomunate nella storia”, in Centro di Ricerche su l’isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1944-1970, a cura dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia, Napoli, 1971,p. 360, p. 363 nota 12; P. Monti, Ischia. Archeologia e storia , op. cit., p. 622.

[11] Tre quarti del ricavato erano da destinare alla riparazione di mura, delle torri, del molo della città e alla costruzione di altre torri dove necessario, la quarta parte doveva essere utilizzata per le fortificazioni del Castello. Cfr. G. D’Ascia, op. cit., pp. 137-138, pp. 256-257 note 139 e 140; I. Delizia, op. cit., p. 128.

[12] I. Delizia, op. cit., p. 153, p. 167 nota 50. Si tratta di un verbale conservato nell’Archivio di Stato di Napoli (Collaterale, Provvisioni, vol. 18, f. 42).

[13] G. Iasolino, De’ Rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa Hoggi detta Ischia, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000, p. 24.

[14] Op. cit., p. 214.

[15] G. Algranati, “Alcuni caratteri della vita lungo le coste del Mezzogiorno nel periodo viceregnale”, op. cit., p. 421.

[16] P. Monti, op. cit., Napoli, 1980, pp. 624-625; nella nota 40 a p. 625 Monti inserisce un elenco delle 16 torri, tra le quali una sita in Via Giovanni demolita poco tempo prima.

[17] Op. cit., p. 424.

[18] Op. cit., p. 425.

[19] G. D’Ascia, op. cit., p. 397.

[20] L’elenco delle torri quadrate isolane è riportato in I. Delizia, op. cit., p. 165 nota 25.

[21] G. D’Ascia, op. cit., p. 497. Cfr. Delizia Ilia, op. cit., p. 142.

[22] G. D’Ascia, op. cit., pp. 187-188.

[23] G. Algranati, “Ischia e Lipari due isole accomunate nella storia”, op. cit., p. 361.

[24] I. Delizia, op. cit., pp. 110-111.

[25] Le piante sono pubblicate su I. Delizia, op. cit.: fig. n. 8 (Cartaro), n. 11 (Ortelio), n. 12 (Magini).

Ischia per l'atlante di G. A. Magini (1620). Fonte: I. Delizia, Ischia. L'identità negata, Napoli, ESI, 1987

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