di Raffaella Di Meglio
L’inconfondibile sagoma del Torrione
che si staglia sull’abitato del lungomare è
diventata un
simbolo di Forio, un’immagine che identifica il suo
territorio.
Oggi il monumento colpisce soprattutto per il suo suggestivo effetto
estetico, ma è anche testimonianza di un passato difficile e
bellicoso, di una tormentata e prolungata vicenda di assalti corsari,
di lotte e sofferenze.
Gli assalti corsari
Il territorio foriano, privo di difese
naturali,
è sempre stato particolarmente esposto agli assalti che
interessarono le coste dell’intera isola fin dal IX sec.,
quando
Ischia fu vittima delle mire espansionistiche dei Saraceni. Tristemente
celebre fu l’incursione dei Mauri dell’812, a
seguito della
quale il papa Leone III inviò una lettera
all’imperatore
Carlo Magno per raccomandargli le sorti degli abitanti
dell’isola.[1]
Nel corso del XVI sec. iniziò
una nuova fase della pirateria, il periodo
“turchesco”[2]:
gli attacchi avvenivano a scopo di rapina, i corsari, esperti
navigatori, a capo di ciurme di ribelli, erano ancora più
avidi,
audaci e senza scrupoli. Uno dei più famosi e temuti fu
Kair-ed-Din, detto Barbarossa. Per contrastare le sue mire
espansionistiche nell’area mediterranea, Carlo V
organizzò
una spedizione guidata da Andrea Doria e dal marchese del Vasto Alfonso
d’Avalos, appartenente alla famiglia cui era affidato il
governo
dell’isola d’Ischia. La sconfitta subita da parte
delle
truppe imperiali aggiunse all’avidità di
Barbarossa un
acre desiderio di vendetta.
Quando nel 1535 Francesco I di Francia
strinse
alleanza con Solimano il Magnifico contro la Spagna, e per la prima
volta nella storia si unirono in guerra nazioni di fede cristiana e di
fede musulmana, anche Barbarossa vi aderì. Da allora la
pirateria si intrecciò alla guerra tra Francia e Spagna e
gli
assalti alle coste del Regno di Napoli divennero particolarmente
violenti e imponenti, organizzati e finalizzati, perdendo il carattere
episodico e avventuroso che li aveva caratterizzati fino ad allora.
Barbarossa, in qualità di
ammiraglio della
flotta ottomana, funestò le coste italiane con saccheggi,
incendi, rapimenti. Spinto anche dall’odio personale e dal
desiderio di rivalsa contro Alfonso d’Avalos, il 22 giugno
1544
organizzò un memorabile attacco a Ischia, programmato in
modo da
essere infallibile e fatale: si avvicinò di notte con la sua
flotta alle coste e sbarcò in diversi punti per assalire
contemporaneamente Forio, Panza, i casali di Serrara, Fontana, Moropano
(Buonopane), Barano, Testaccio. L’azione, fulminea e brutale,
non
lasciò scampo agli isolani, sorpresi nel sonno. I pirati
seminarono terrore, morte e distruzione: migliaia di uomini furono
fatti prigionieri e resi schiavi, i giovani di entrambi i sessi furono
rapiti per essere venduti negli harem, i vecchi e i bambini uccisi,
mentre le campagne furono devastate con incendi e saccheggi.[3]
L’eredità di
Barbarossa fu raccolta da
Dragut, che assalì l’isola nel 1548 e nel 1553. Le
scorrerie continuarono nei secoli successivi, attenuandosi solo nel
XVIII sec., in seguito ai trattati di pace stabiliti tra il re spagnolo
e i capi dei corsari di Tripoli, di Tunisi e di Algeri.[4] La minaccia
della pirateria cessò definitivamente soltanto
nell’Ottocento.
Gli sbarchi avvenivano per lo
più nelle ore
notturne: la notte favoriva la rapidità
dell’assalto e
l’effetto sorpresa, le galee erano a remi o a vela, per cui
si
avvicinavano silenziose alle coste. Gli assalti avevano una
periodicità, una frequenza stagionale, ripetendosi nel
giugno o
luglio di ciascun anno, quando le condizioni meteomarine erano
più favorevoli. Nell’immaginario popolare
diventarono
quasi un evento naturale, ciclico, tanto da entrare in un famoso
proverbio: «A Santa Restituta le quaglie son fernute/Le fave
son
rennute/Li turchi son partuti» (il 16 maggio, giorno della
santa
patrona dell’isola S. Restituta, le quaglie sono finite, le
fave
avvizzite e i Corsari già sono partiti per assalire
l’isola).[5]
La costruzione delle
torri nel Regno di Napoli e a Forio
La gravità e
l’urgenza del
pericolo costrinsero il casale di Forio, particolarmente indifeso ed insicuro, ad ampliare, rafforzare e riorganizzare l’apparato
difensivo già esistente, distribuendo e coordinando sul suo
ampio territorio torri di avvistamento, di difesa e di rifugio,
ricoveri di montagna scavati nel tufo, massi e punti di avvistamento,
sistemi di segnalazione e di allarme[6].
Già nel 1532 e nel 1533 il
viceré
Pietro di Toledo aveva rivolto due ordinanze alle Università
costiere del Regno per la costruzione di torri a loro spese, ma fu il
duca di Alcalà de Ribera ad organizzare e coordinare il
sistema
di difesa, istituendo una Commissione generale per la fabbrica delle
torri, costituita da ingegneri, costruttori e capomastri.[7]
Il sovrano spagnolo, per limitare ulteriori aggravi del pubblico
erario, richiese la partecipazione volontaria dei sudditi e prestazioni
gratuite per la costruzione di queste difese marittime.
Le spese gravavano dunque sulle
Università,
che a loro volta erano costrette ad imporre tributi e tasse; questo
provocò controversie tra Università confinanti,
ricorsi,
richieste di esenzioni fiscali, come attestano i documenti della Camera
Sommaria.[8]
Un’interessante testimonianza
sul sistema
difensivo foriano si ricava da un documento del 1574, la relazione
redatta da Antonio Stinca a conclusione di un’indagine
condotta
proprio dalla Real Camera Sommaria, nella quale si legge che
«[…] lo casal de Forio de grande habitatione ma
loco
aperto, nel quale se vedeno molte case et magazeni distrutti et
abrusciati da Turchi […] in lo supradetto casale de Foria se
vedeno edificate sette
Torre de particolari cittadini ben munite d’arme,
nele quale se ponno salvare la gente de detto casale, quando e correria
de Turchi, et principalmente un grosso
Torrione edificato ad spese dela Università
del proprio Casale de Foria che per detta opera hanno preso ad
interesse da settecento ducati, quale teneno ben munito de alcuni
pezzetti de artiglieria di ferro un pezzo de brunzo et altre arme per
sua defensione […]»[9]
Nel caso di Forio, dunque, ad eccezione
del Torrione,
edificata già nel 1480 dall’Università,
e della Mezzatorre,
l’unica torre regia[10],
le altre furono per lo più erette a spese di privati
cittadini,
sebbene D’Ascia scriva che la maggior parte fosse costruita
con
il ricavato delle gabelle della dogana istituita da Alfonso I.[11]
Furono pertanto gli abitanti del posto i veri protagonisti della
resistenza ai pirati.
L’Università di Forio si trovava nelle
stesse
difficoltà economiche delle altre Università
costiere del
Regno nella gestione della difesa: già indebitatasi per 700
ducati per la costruzione della prima torre, come si evince dalla
sopracitata relazione del 1574, faceva fronte alle ingenti spese
necessarie per il personale e per la manutenzione ricorrendo ai
proventi delle gabelle imposte su diversi prodotti alimentari: da un
verbale del 1592 si ricava che venivano destinati 48 ducati per il
bombardiere del Torrione, 30 ducati per la polvere da sparo e 72 ducati
per le guardie notturne.[12]
Il perdurare della minaccia dei pirati
anche dopo la
morte di Barbarossa e di Dragut rese però inevitabile
l’edificazione di altre torri sull’ampio territorio
foriano, che fu finanziata e realizzata dagli stessi cittadini: se nel
1574 erano sette, nel 1588 erano aumentate di cinque, raggiungendo il
numero maggiore dell’intera isola. Lo si ricava da
un’altra
fonte, il De’
rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa hoggi detta
Ischia,
una guida alle acque termali isolane pubblicata nel 1588 dal medico
calabrese Giulio Iasolino, in cui il Casale di Forio è
descritto
«ben munito con dodici
torri, con artiglierie e con molta gente di valore
[…]».[13]
Il medico in più occasioni esalta il coraggio dei foriani,
tanto
avvezzi alla minaccia della pirateria da non temerla affatto:
«uomini bellicosi e di tanto valore, che non temono punto i
pericolosi e repentini assalti dei corsari».[14]
Come in tutto il Mezzogiorno, dunque,
anche a Forio
il ritmo di costruzione delle torri conobbe un’accelerazione
nella seconda metà del XVI sec., in particolare tra il 1568
ed
il 1570, in coincidenza con l’inasprirsi degli attacchi a
causa
della guerra ingaggiata da Filippo II contro i Turchi.[15]
Lo studioso Don Pietro Monti riferisce
che la loro
costruzione riprese agli inizi del Settecento (quando il pericolo non
era ancora cessato), ancora una volta per iniziativa di privati
cittadini che ne fecero edificare altre quattro a pianta quadrata.
Escluse quelle di Panza, si arrivò così a sedici
torri e Forio si
meritò l’appellativo di
“Turrita”.[16]
Dal Catalogo delle torri è possibile accedere
alle schede
di tredici torri ancora esistenti, dodici situate a Forio, una nella
frazione di Panza. La denominazione attuale deriva nella maggior parte dei casi dal nome della strada o della localit� in cui si trova la costruzione o da quello del proprietario. Essendo state quasi tutte adibite ad abitazioni
private una volta cessato il pericolo delle incursioni, in alcuni casi
hanno subito notevoli trasformazioni che ne hanno stravolto
l’aspetto originario. Il Torrione,
di proprietà del Comune, è stato invece adibito a
Museo Civico, mentre la Mezzatorre
è stata trasformata in struttura ricettiva.
Tipologia e funzione delle torri
I fortilizi si distinguevano in due
tipologie: a pianta circolare e a pianta quadrata. Le torri
cilindriche (Torrione,
Costantina,
Torone,
Vico
Schiano, Cigliano),
le più antiche, vennero erette in zone isolate ed elevate,
in
modo da poter scrutare il mare e respingere con le artiglierie i
tentativi di sbarco e di penetrazione nell’abitato. La forma
cilindrica del Torrione, ad esempio, consentiva una visuale completa ed
era la più adatta per l'angolazione dei cannoni.
Come in tutte le altre torri di difesa
munite di artiglierie esistenti nel regno, anche il comando del Torrione
era affidato ad un torriere,
detto anche caporale o castellano, nominato annualmente dal sindaco in
carica, che aveva il compito di dare l'allarme in caso di avvistamento
di navi nemiche e di comandare la guarnigione. Nel XVII sec. i torrieri
erano scelti tra i caporali dell’esercito spagnolo in grado
di
leggere e scrivere ed erano muniti di una patente conseguita in seguito
ad un apposito esame. Oltre ai torrieri, il
personale delle torri di difesa includeva i guardiani,
addetti all’accensione dei falò o al suono delle
campane per dare l’allarme, e i compagni,
uno o
più soldati addetti alle artiglierie; a questi in alcuni
casi si aggiungevano i cavallari
e i rematori per
la feluca di guardia.[17]
I pezzi di artiglieria consistevano
generalmente in
una colubrina, due petriere (catapulte per il lancio di pietre) e altri
pezzi minuti, quali colubrinelle.[18] Secondo la testimonianza di
D’Ascia il Torrione era dotato anche di quattro cannoni di
bronzo.[19]
Le torri quadrate (Casa
Patalano, Milone,
Mezzatorre,
Quattrocchi,
Nacera,
Baiola,
Torre
di Panza, Torre
di via Morgera), la tipologia più diffusa anche
sul resto dell’isola[20],
avevano un’altezza di circa 15-20 metri e furono generalmente
costruite nei nuclei abitati, principalmente per offrire rifugio agli
abitanti. Da esse era possibile anche difendersi dagli assalitori,
facendo ricorso, in mancanza di armi, al lancio di pietre, acqua
bollente, suppellettili.
Tutte le torri erano realizzate in
muratura di
pietrame di tufo e si sviluppavano generalmente su due o tre piani con
coperture a volta, collegati da scale interne; le torri cilindriche,
costruite spesso su spuntoni di roccia, erano dotate anche di una
gradinata di accesso esterna. Nelle torri di difesa dotate di
artiglieria, come il Torrione, il piano inferiore era adibito a
magazzino per i viveri e a deposito per le armi ed era dotato anche di
una cisterna; il primo piano serviva di alloggio alla guarnigione;
sulla copertura a terrazzo erano collocati i pezzi di artiglieria e
l’occorrente per dare l’allarme, consistente in fuochi, se
l’avvistamento avveniva di notte (il caso più
frequente),
e in colonne di fumo se avveniva durante il giorno.
Tale metodo di segnalazione, antico
quanto rapido e
sicuro, quasi un sistema telegrafico ante litteram, consentiva di
mettere in comunicazione l’intero apparato difensivo
esistente
sul territorio: era infatti utilizzato anche sulla sommità
delle
case
di pietra
e sul Monte della Guardia situato sulla cima del Monte Epomeo, che,
essendo la vetta più elevata dell’isola (787
metri), era
ideale sia come punto di osservazione che di segnalazione. Fin dal
1464, come riferisce D’Ascia, sul monte esisteva la bastia,
un vecchio
bastione costruito molto tempo prima per offrire rifugio agli isolani
durante gli improvvisi assalti dei Mori.[21]
Dall’Epomeo i segnali erano visibili non soltanto da ogni
parte
dell’isola ma anche da Napoli, Procida e da altre
località
della costiera. Dato l’allarme, gli abitanti
dell’isola,
lasciate le attività o le loro case indifese, raggiungevano
i
rifugi sparsi sul territorio: quelli di Ischia si riparavano nella
fortezza del castello, quelli vicini all’Epomeo nei
nascondigli
scavati nella roccia, gli abitanti di Forio, di Panza e di Testaccio
nelle torri[22].
Successivamente si ricorse al suono
delle campane
delle chiese, metodo che risultò meno efficace in quanto
udibile
entro un’area più ridotta.
Le difficoltà incontrate
dalle
Università nella gestione delle torri di tutto il Regno fu
tra
le cause della parziale inefficienza di queste strutture difensive: il
personale impiegato spesso non riceveva la paga e la miseria induceva
alla diserzione o al contrabbando.
Inoltre gran parte delle torri del Regno
risultava
in occasione delle ispezioni già fatiscente dopo un secolo,
sia
per l’uso di materiali e di tecniche costruttive scadenti,
sia
per i danni riportati in seguito a terremoti e ad attacchi dei Turchi.
Anche le torri foriane, insieme a quelle dislocate sul resto
dell’isola e alle altre strutture difensive, su richiesta di
Filippo II, furono oggetto di un’indagine affidata
all’ingegner Benvenuto Tortelli: inviato
sull’isola,
Tortelli nella sua relazione rilevò la necessità
di
restaurare parte delle mura e il Torrione e di costruire terrapieni.[23]
Ubicazione delle torri foriane
La prima torre ad essere costruita in
ordine di tempo fu proprio il Torrione,
che, come suggerisce il nome stesso, è anche quella di
maggiori dimensioni. Fu edificata in
prossimità della spiaggia, in modo da dominare dall'alto il
mare. Altre undici torri vennero innalzate nel corso del XVI sec. in
punti strategici, sia esterni, nelle vicinanze del mare o in posizioni
elevate (la
torre di Baiola), con funzione di avvistamento e di difesa,
sia interni (la
torre di Nacera), dove servirono ai contadini come rifugio e
come magazzini.
Molte, probabilmente le più
antiche (Costantina,
Casa
Patalano, Torone,
Milone),
sorsero in località S. Vito, nell’area collinare
della chiesa
di San Vito,
intorno alla quale nel XIV secolo si sviluppò il primo
nucleo
abitato, formato da contadini sparsi nelle campagne circostanti.
Quando, verso la metà del XIV
sec., il
villaggio di Forio cominciò ad espandersi verso il mare
intorno
ad un nuovo polo sacro, la chiesa
di S. Maria di Loreto, proprio di fronte alla chiesa, nella
seconda metà del XVI sec., fu eretta un’altra
torre, la cosiddetta Torre
Quattrocchi, per offrire riparo alla popolazione del borgo
marinaro in caso di scorrerie.
Alcune (Torre
via Morgera, Torre
di vico Schiano)
furono erette in località Cierco che, con i suoi vicoli
stretti
e tortuosi, era particolarmente adatta all’edificazione di
strutture di difesa. Anzi, si può affermare che la lunga
storia
di assalti e incursioni abbia condizionato fin dal Medioevo il tessuto
viario foriano, caratterizzato ancora oggi (vie S. Antonio Abate, Casa
di Maio, S. Giovanni e via Vecchia) da stradine contorte e anguste.[24]La
denominazione locale di “vicoli saraceni” avvalora
questa ipotesi.
Le torri erano disposte in
modo tale da essere in contatto visivo, così che un
eventuale segnale di pericolo poteva essere rapidamente trasmesso da
una torre all'altra e quindi diffuso in tutto il paese.
Anche nella frazione
di Panza, pur essendo
maggiormente isolata, furono edificate almeno cinque torri, tre
all’interno del paese e altre due in periferia. Una,
ancora esistente, sorse di fronte alla chiesa di S. Leonardo per
offrire rifugio agli abitanti del centro. Delle altre due torri, quella
detta "di Zi Palmuntè" nei pressi di Casa Polito e quella a
pianta quadrata in località Casa Migliaccio, restano solo
dei
ruderi. Le due torri alla periferia del villaggio furono edificate
l’una in località Casa Battaglia,
l’altra lungo la
strada per Succhivo.
Le torri vennero così a
caratterizzare il
territorio foriano, tanto da essere riprodotte nella pianta dell'isola
d'Ischia realizzata da Mario Cartaro nel 1586, acclusa al testo di G.
Iasolino De' rimedi
naturali che sono nell'isola di Pithecusa hoggi detta Ischia
(1588). La carta fu riprodotta negli atlanti italiani ed europei tra la
fine del XVI sec. e il XVII sec.: nel 1590 il fiammingo Abramo Ortelio
la inserì nell'edizione del Theatrum Orbis Terrarum
e dal suo disegno deriva l'incisione che Giovanni Antonio Magini nel
1620 riprodusse per la prima volta in un atlante italiano. [25]
Bibliografia :
Algranati Gina, Lineamenti
di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui
litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari,
Napoli, L’Arte Tipografica, 1954; Algranati Gina,
“Alcuni
caratteri della vita lungo le coste del Mezzogiorno nel periodo
viceregnale”, in AA.VV., Studi
in onore di Riccardo Filangieri,
vol. II, Napoli, l’Arte Tipografica, 1959, pp. 417-431;
Algranati
Gina, “Ischia e Lipari due isole accomunate nella
storia”,
in Centro di Ricerche su l’isola d’Ischia, Ricerche,
contributi e memorie.
Atti relativi al periodo 1944-1970, a cura
dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia, Napoli,
1971, pp. 360– 361; Cisternino Riccardo, Torri
costiere e torrieri del
Regno di Napoli 1521-1806, Roma, Istituto italiano dei
castelli,1977, pp. 89-102; D’Ascia Giuseppe, Storia
dell’isola
d’Ischia,
Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab.
Tip.
Di Gabriele Argenio], pp. 188, 360, 397-398; Delizia Ilia, Ischia.
L’Identità negata, Napoli, ESI, 1987,
pp. 128, 165 nota 25, 141-142; Iasolino Giulio, De’
Rimedi naturali
che sono nell’isola di Pithecusa Hoggi detta Ischia,
Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000; Monti Pietro, Ischia.
Archeologia e storia,
Napoli, 1980, pp. 620-627; Sardella Filomena, Architetture
d’Ischia, Bologna, Analisi Trend, 1985.
[1]
G. D’Ascia, Storia
dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni
Editore, 2004
[Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio],
p. 120, p. 253 nota 93; I.
Delizia, Ischia.L’Identità negata, Napoli,
ESI, 1987,
p. 101, p. 113 n. 1.
[2]
La
distinzione tra due tempi della
storia degli assalti corsari e la denominazione “periodo
turchesco” compare in G. Algranati, Lineamenti
di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui
litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari,
Napoli, L’Arte Tipografica, 1954, p. 6.
[3]
Su
Barbarossa e l’assalto a Ischia del 1544 cfr. G.
D’Ascia, op. cit., pp. 180-185.
[4]
G. D’Ascia, op. cit., p.
204.
[5]
G.
D’Ascia, op. cit., p. 193, p. 268 nota 245; cfr. G.
Algranati, Lineamenti
di uno studio sulle torri costiere in difesa degli assalti corsari sui
litorali del Mezzogiorno in rapporto alle tradizioni popolari,
op. cit., p. 8, dove è riportata una variante del proverbio;
un’altra versione compare in P. Monti, Ischia.
Archeologia e storia,
Napoli, 1980, p. 630.
[6]
Cfr. N.
D’Arbitrio, L. Ziviello, Ischia.
L’architettura rupestre delle case di pietra,
Napoli, ESI, 1991, pp. 64-67.
[7]
G.
Algranati, “Alcuni caratteri della vita lungo le coste del
Mezzogiorno nel periodo viceregnale”, in AA.VV.,
Studi in onore di Riccardo
Filangieri, vol. II, Napoli, l’Arte Tipografica,
1959, p. 423.
[8]
R.
Cisternino, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli
1521-1806,
Roma, Istituto italiano dei castelli,1977, p. 101.
[9]
I.
Delizia, op. cit., p. 150.
[10]
Lo
testimonia un documento
conservato nell’Archivio di Stato, una lettera del 13
febbraio
1741, in cui tra le torri da riparare in Terra di Lavoro, è
citata quella della Cornacchia, presso Punta Caruso, costruita almeno
un secolo prima. Le altre due torri regie erano a Sant’Angelo
e a
Monte Vico, a Lacco Ameno. Cfr. G. Algranati, “Ischia e
Lipari
due isole accomunate nella storia”, in Centro di
Ricerche su
l’isola d’Ischia, Ricerche, contributi e
memorie.
Atti relativi al periodo 1944-1970, a cura
dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia, Napoli,
1971,p. 360, p. 363 nota 12; P. Monti, Ischia. Archeologia e
storia , op.
cit., p. 622.
[11]
Tre quarti del ricavato erano da destinare alla riparazione di mura, delle
torri, del molo della città e alla costruzione di altre torri
dove
necessario, la quarta parte doveva essere utilizzata per le
fortificazioni del Castello. Cfr. G. D’Ascia, op. cit., pp.
137-138, pp. 256-257 note 139 e 140; I. Delizia, op. cit., p. 128.
[12]
I.
Delizia, op. cit., p. 153,
p. 167 nota 50. Si tratta di un verbale conservato
nell’Archivio
di Stato di Napoli (Collaterale, Provvisioni, vol. 18, f. 42).
[13]
G.
Iasolino, De’
Rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa Hoggi detta
Ischia, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000, p. 24.
[14]
Op.
cit., p. 214.
[15]
G.
Algranati, “Alcuni
caratteri della vita lungo le coste del Mezzogiorno nel periodo
viceregnale”, op. cit., p. 421.
[16]
P.
Monti, op. cit., Napoli,
1980, pp. 624-625; nella nota 40 a p. 625 Monti inserisce un elenco
delle 16 torri, tra le quali una sita in Via Giovanni demolita poco
tempo prima.
[17]
Op.
cit., p. 424.
[18]
Op.
cit., p. 425.
[19]
G.
D’Ascia, op. cit., p. 397.
[20]
L’elenco delle torri quadrate isolane è riportato
in I. Delizia, op. cit., p. 165 nota 25.
[21]
G.
D’Ascia, op. cit., p. 497. Cfr. Delizia Ilia, op. cit., p.
142.
[22]
G. D’Ascia, op. cit., pp. 187-188.
[23]
G.
Algranati, “Ischia e Lipari due isole accomunate nella
storia”, op. cit., p. 361.
[24]
I.
Delizia, op. cit., pp. 110-111.
[25]
Le
piante sono pubblicate su I. Delizia, op. cit.: fig. n. 8 (Cartaro), n.
11 (Ortelio), n. 12 (Magini).
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