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Section Patrimonio storico artistico/Beni architettonici/Case di pietra
di Raffaella Di Meglio

L'architettura rupestre isolana

Le cosiddette “case di pietra” rappresentano una significativa espressione locale di cultura rupestre, praticamente sconosciuta prima degli anni Ottanta.

D’Ascia nella sua monumentale Storia dell’isola d’Ischia del 1867 inserisce solo fugaci accenni ai “nascondigli impraticabili sul versante dell’Epomeo” e alle pietre utilizzate come ricoveri in caso di incursioni piratesche.

Lo zoologo tedesco Paul Buchner, ischitano d’elezione, fu il primo ad interessarsi e a pubblicare alcuni articoli su questi inconsueti massi tra il 1939 ed il 1943. Uno studio sistematico e approfondito delle case di pietra isolane si deve a Nicoletta D’Arbitrio e Luigi Ziviello, che dagli anni Ottanta si sono dedicati a ricerche, sia sul campo che d’archivio, su queste testimonianze allora praticamente sconosciute, inedite e mai rilevate graficamente.

Le case di pietra sono grossi massi di tufo verde franati dal monte Epomeo e in seguito trasformati e adattati a cellai e ad abitazioni dalle comunità contadine autoctone in cerca di nuovi insediamenti e di nuovi terreni per la coltivazione della vite. Tale processo di migrazione interna, di trasformazione sistematica dei massi e del territorio circostante tramite la costruzione di terrazzamenti e di sentieri, si intensificò nel XVI sec., a seguito sia dell'incremento demografico sia delle incursioni piratesche che richiedevano aree coltivabili meno esposte e dunque anche più impervie ed interne; a favorirlo fu anche l’abolizione dei pascoli, privilegio concesso nel 1532 da Carlo V.

Queste antiche testimonianze di architettura spontanea sono concentrate sul versante occidentale del territorio isolano, nell’area dominata dalla massa del monte Epomeo.

Nel catalogo sono schedati alcuni esempi situati nel territorio del comune di Forio. Un vero e proprio complesso tuttora abitato si trova in località Cuotto; massi-cellaio caratterizzano il sentiero della Pannoccia, una mulattiera che da Monterone giunge alla Falanga, lungo il quale si trova anche un enorme masso-abitazione, denominato Pietra Mosca; ricoveri sono localizzati all’interno del bosco della Falanga, sottostante al monte Epomeo, tra il comune di Forio e quello di Serrara Fontana; altri massi tufacei sono nella frazione di Panza, come quelli della collina di Montecorvo, un tempo rinomata per la produzione del vino.

L’esistenza dei massi è attestata da documenti notarili risalenti ai primi decenni del XV sec., ma testimonianze insediative di età preistorica inducono a ritenere che tecnica dello scavo rupestre sull’isola abbia origini ben più antiche.

I massi lavorati dai contadini rispondevano ad usi ed esigenze diversi. La tipologia più diffusa riguarda costruzioni connesse alla prevalente attività agricola e vinicola, ossia abitazioni-rifugio con cellaio sottostante, depositi, cisterne, palmenti, ricoveri temporanei, ma esistono anche massi di avvistamento con funzione difensiva ed esempi di architettura sacra, quali chiese (la chiesa di S. Maria al Monte) ed eremi (l’eremo di S. Nicola sul Monte Epomeo).

Talvolta questi abili architetti del tufo esprimevano un’insolita creatività inventando soluzioni originali ed inedite specialmente nello scavo degli spazi interni, mentre la conformazione esterna della roccia era lasciata pressoché inalterata.

Si tratta dunque di una produzione ampia e complessa che testimonia la straordinaria capacità di adattamento della popolazione locale ad un territorio roccioso e difficile, lo sforzo di appropriazione e di interiorizzazione dell’ambiente, la ricerca di un equilibrio con la natura. La confidenza con l’elemento litico conquistata dagli abitanti nel corso dei secoli è dimostrata anche dai nomi con cui i massi di più grandi dimensioni sono stati battezzati: Pietra Mosca, Pietra Brox, Pizzo del Merlo, Pietra Martone.

Come evidenziato da D’Arbitrio e Ziviello, oltre alla funzione pratica e difensiva, i massi franati dal monte più elevato dell’isola assumevano una valenza simbolica, mitica agli occhi delle popolazioni rurali, costrette a convivere con una natura inquieta e ostile quale quella di un’isola vulcanica tormentata da terremoti ed eruzioni, ancora oggi testimoniata dalle fumarole visibili sulle pendici dell'Epomeo. Lo stesso mimetismo delle case rispondeva non solo ad uno scopo difensivo ma anche ad una finalità propiziatoria di compenetrazione con l’ambiente esterno.

L’architettura rupestre ischitana, sebbene sia da accostare alle altre testimonianze affini presenti nell’Italia meridionale, ha una sua specificità ed originalità che deriva sia dalla materia prima utilizzata, il tufo verde, tipica dell’isola, sia dalla cultura agricola ischitana di cui è espressione.

Con la crisi dell’economia contadina e vinicola indotta dallo sviluppo turistico iniziato negli anni Cinquanta si è verificato anche l’abbandono e l’isolamento soprattutto dei ricoveri temporanei e dei massi situati nelle zone più impervie che però, proprio grazie alla loro inaccessibilità, sono sopravvissuti ad un’attività edilizia indiscriminata e incontrollata. L’espansione edilizia sempre più incalzante e minacciosa non ha invece risparmiato le case di pietra situate nelle zone costiere, come quelle di Citara e rischia di fagocitare anche le altre o comunque di trasformarle nonché di alterare il loro contesto territoriale, fatto di terrazzamenti a parracine, antichi sentieri e mulattiere.

Ciò rende ancora più urgente non solo una catalogazione dell’intero patrimonio, per altro avviata negli ultimi anni proprio da Nicoletta D’Arbitrio, ma anche interventi mirati di recupero e di tutela del territorio.

Tipologie e strutture costruttive dell’architettura rupestre

Il masso abitazione presenta una struttura adattata alle esigenze della famiglia contadina simile a quella delle case edificate. Generalmente è a due piani, collegati da una scala esterna: quello superiore è occupato dalla famiglia, quello inferiore è adibito a cellaio. Lo spazio interno del piano superiore è organizzato intorno alla cucina-pranzo, luogo centrale destinato sia all’aggregazione del nucleo familiare che alla conservazione e all’uso dei prodotti e dunque più ampio rispetto agli altri ambienti, che sono le camere da letto e l’ingresso. Sulle pareti, prive di intonaco, è possibile notare i segni dello scalpello; l’arredo comprende il forno, il banco cucina, la macina, alcuni incassi per oggetti e una croce in bassorilievo per la protezione della casa. Nella parete esterna frequente è la presenza di un’edicola votiva scolpita nella roccia; spesso alla porta di ingresso veniva appeso un fascio di steli di grano a scopo apotropaico e propiziatorio per la fertilità dei campi.

L’ambiente destinato al cellaio nel piano inferiore è organizzato in funzione della produzione e della conservazione del vino: alcune bocche aperte nella roccia assicurano un sistema di ventilazione ottimale, mentre lo spessore del tufo garantisce l’isolamento termico. All’interno, oltre all’immancabile palmento per la pigiatura dell’uva, sono presenti una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, incassi e ganci scolpiti nella roccia.

I ricoveri temporanei erano invece ricavati dai massi in funzione di attività stagionali, quali la vendemmia, la raccolta di neve sull’Epomeo, il taglio degli alberi nel bosco della Falanga. Dato l’uso temporaneo, la loro struttura è estremamente semplice: l’ambiente è unico, l’arredo ridotto all’essenziale (cisterna per l’acqua, camino, incassi alle pareti, aperture per il ricambio dell’aria). I contadini vi pernottavano su impalcature di legno.

I massi di avvistamento, realizzati soprattutto nel XVI sec. in seguito all’intensificarsi degli assalti corsari, in alcuni casi erano le abitazioni stesse; altri, destinati esclusivamente all’osservazione, erano scelti per la posizione e la forma, come quello del Cuotto. Nella roccia venivano scolpiti dei gradini che consentivano di salire in cima al masso. In entrambi i casi sulla sommità delle rocce sono stati individuati fori circolari dove presumibilmente venivano poste fiaccole per segnalare l’avvistamento di navi nemiche. I massi di osservazione integravano il sistema difensivo costituito dalle torri e dal punto di avvistamento collocato proprio sull’Epomeo, detto Monte di guardia.

Esiste anche un esempio di “chiesa di pietra”, la chiesa di S. Maria al Monte, edificata tra il  XVI e il XVII sec. dalle popolazioni locali quando l'agricoltura si diffuse anche in montagna. La chiesa, situata in una posizione strategica, divenne un punto di riferimento sia come luogo di culto volto a soddisfare le esigenze spirituali e religiose della popolazione, sia come luogo di incontro nonché di raccolta in caso di pericolo.

Un ulteriore esempio di costruzione rupestre si può considerare anche la chiesa di S. Carlo, costruita  nel XVII sec. in una località dal nome significativo, Cierco, derivato, secondo quanto riferisce lo storico D’Ascia, dal termine Ciesco, ossia luogo pieno di pietre. La facciata della chiesa, in particolare la parte superiore, ricorda quella della chiesa di S. Maria al Monte che, secondo alcune fonti, fu eretta dalla famiglia Sportiello, alla quale è attribuita anche la fondazione  della chiesa di S. Carlo.


Bibliografia: D’Arbitrio Nicoletta, Ziviello Luigi, Le case di pietra. Architettura rupestre nell’isola d’Ischia, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1982; D’Arbitrio Nicoletta, Ziviello Luigi, Ischia. L’architettura rupestre delle case di pietra, Napoli, ESI, 1991.

Collina di Montecorvo

Masso-abitazione del Cuotto

Masso-abitazione del Cuotto

Masso-abitazione del Cuotto

Masso-abitazione del Cuotto

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